Oggetto, parola e immagine: tre concetti chiave dell'arte contemporanea, da Duchamp e Magritte sino al neodadaismo.
L'esempio più celebre è costituito da La trahison des images del 1928-29 (l'opera è chiamata L'usage de la parole I in Menna 1975 e Il vento e la canzone in Rubin 1972): si tratta di una tavola in cui è raffigurata una pipa, un'immagine elementare, quasi rassicurante, assolutamente convenzionale, un'immagine da sillabario, come da sillbario è la calligrafia della didascalia sottostante: ceci n'est pas une pipe. Infatti, Magritte afferma che
une image n'est pas à confondre avec quelque chose de tangible. L'image
d'une tartite de confiture n'est assurément pas quelque chose de mangeable
un object ne fait jamais le même office que son nom ou que son image.
Quindi, secondo la "catena degli interpretanti" teorizzata da Peirce, la pipa disegnata è un interpretante dell'oggetto pipa, così come lo è la parola pipa.
Questo concetto verrà approfondito in Les mots e les images, del 1929, costituito da una serie di vignette che mostrano i rapporti fra oggetto, parola e immagine. Disegni, scritte manuali e didascalie in caratteri tipografici si susseguono come in una lezione. Magritte esemplifica:
Talvolta il nome di un oggetto prende il posto di un'immagine. Una parola può sostituire un oggetto nella realtà. Un'immagine può prendere il posto di una parola in una frase. In un quadro, le parole sono della stessa sostanza delle immagini.
Nella vignetta che Menna (1975) considera la "proposizione più pertinente dal punto di vista semiotico", appaiono un cavallo, una tela che raffigura un cavallo e un uomo che pronuncia la parola cavallo, in un fumetto. Quello del quadro-nel-quadro è un tema caro a Magritte: basti pensare a opere come La condition humaine I e II, rispettivamente del 1933 e 1935. Anche qui si tratta di una mise en abîme (o di una catena di interpretanti): nella lettura della vignetta, noi interpretiamo il cavallo disegnato sulla tela come immagine (segno) - il contorno della tela sostenuta da un cavalletto denota la sua apprtenenza al mondo della rappresentazione -, mentre leggiamo il cavallo disegnato come realtà (referente). Eppure, l'unica differenza è data dalla presenza o meno della cornice. La didascalia ci avverte che un oggetto non svolge mai la stessa funzione del suo nome o della sua immagine. Ma l'oggetto, quello vero, non c'è. Perché, se quella non era una pipa, neanche questo è un cavallo (come l'uomo e la tela, d'altronde, non sono che di-segni). Torniamo alla catena degli interpretanti: il cavallo dipinto sulla tela è l'immagine (=interpretante) di una raffigurazione (=interpretante) di un oggetto (=referente: il cavallo vero, vivo e vegeto).
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